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Resti di vecchi mulini
ad acqua |
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Carife
sorge a 740 sul livello del mare, a circa 50 Km da Avellino,
sopra una collina che domina la media valle dell’Ufìta,
nell’area orientale della provincia irpina.
Il suo territorio, che si estende per 16,62 Kmq, fa parte della
Baronia ed è situato lungo il versante sud-occidentale
della montagna di Trevico.
Confina a nord con il territorio di San Nicola Baronia,
Castelbaronia e Treviso, a sud con quelli di Guardia
dei Lombardi e Vallata, a est con Trevico e Vallata, a ovest con
Castelbaronia e Frigento.
Ha origini antichissime.
Fin dal più remoto passato, ha offerto condizioni ottimali di vita
alle popolazioni che via via vi giunsero, provenienti inizialmente
dalla vicina Puglia e poi da altre località, alla ricerca di terre
più adatte alla loro sopravvivenza.
L’abbondanza di sorgenti, la
possibilità di difesa e di controllo del territorio, la fertilità
del suolo e la facilità di movimento, verso sud ed est attraverso i
valichi di Guardia dei Lombardi e Bisaccia, verso ovest attraverso
la valle percorsa dal fiume Ufita, che poi confluiva nel Calore,
favorirono la permanenza dell’uomo e lo sviluppo di originali,
seppure primitive, civiltà.
Recenti scavi archeologici, condotti in maniera sistematica dalla
Soprintendenza di Salerno, Avellino
e Benevento, hanno riportato alla luce, nelle immediate vicinanze
del perimetro urbano, eccezionali testimonianze che fanno risalire
la frequentazione umana a circa ottomila anni fa. |

Kantharos con forma ad "alto
piede",
tipica della cultura di Cairano-Oliveto Citra,
rinvenuta in una tomba a Piano La Sala
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Tomba sannitica "a camera"
costruita con blocchi di travertino, (località Addolorata)
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Fu durante il neolitico antico (fine VI
- inizi V millennio) che nelle località Addolorata e Aia di
Cappitella si stabilirono le prime comunità di
agricoltori-allevatori, come è attestato dal ritrovamento, sul
posto, di frammenti ceramici a decorazione impressa particolarmente
elaborata
Tracce più rilevanti della presenza abitativa nel territorio di
Carife, si hanno verso fine IV - inizi III millennio a.C., allorché
un vero e proprio insediamento si costituì ad Aia di Cappitella. In
questa località sono state rinvenute alcune strutture di
combustione (vere e proprie fornaci), che venivano forse utilizzate
per cuocere oggetti di argilla o per tostare cereali.
Nelle “fornaci”, alimentate
con tronchi di querce , sono stati rinvenuti diversi frammenti di
ceramica, associati a strumenti di selce ed ossidiana. La presenza
di ossidiana (una sorta di vetro di lava usata per il taglio), che
sicuramente proveniva da zone vulcaniche molto lontane, fa presumere
che si era già in presenza di scambi commerciali con le zone
costiere.
Si può affermare, allora, che Carife, da quell’epoca, seppur con
vicende alterne, ha cominciato ad avere un ruolo importante nella
valle dell’Ufita e nella Baronia, divenendo, insieme a
quest’ultima, punto di riferimento per il transito di commerci e
l’irraggiamento di fermenti culturali tra il Tirreno e
l’Adriatico. La permanenza umana nel territorio di Carife è
attestata anche nelle fasi successive del bronzo medio, verso il XVI - XIV secolo a.C., allorchè all’agricoltura e
all’allevamento si affiancò l’economia pastorale con la pratica
più diffusa della transumanza stagionale.
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Numerosissimi sono i
reperti che lo testimoniano e che dimostrano conte quest’area
fosse luogo di passaggio, lungo il crinale, verso le vene acquifere
situate alle sorgenti dei fiumi Ufita, Calaggio e, innanzitutto,
Fiumarella.
Ma la documentazione archeologica più completa, sulle vicende
antiche di Carife, si riferisce ai secoli che vanno dal VI al III
a.C., quando il suo territorio fu occupato dai Sanniti.
La maggior parte dei reperti, provenienti dalle necropoli di Piano
la Sala e di contrada Addolorata, risalgono ad un periodo che va dal
500 a.C. ad una data che si può fissare intorno al 297 a.C., quando
i Romani, nel corso della terza guerra sannitica, distrussero gli
insediamenti sannitici di questa zona che, quasi sicuramente,
facevano parte dell’antico centro di Romulea.
Romulea, città dei Sanniti,
probabilmente ubicata dove oggi sorge Carife, era costituita, come
del resto tutte le città sannitiche da numerosi vici e pagi sparsi. Lo
testimoniano le numerose necropoli rinvenute (compresa quella di
Serra di Marco, oggi in territorio di Castelbaronia a pochissima
distanza da Carife). La città aveva una zona fortificata, l’arx,
situata più in alto e adibita a difesa della popolazione.

Moneta d'argento proveniente da
una tomba sannitica di Carife.
E' un diabolo di Thurii su cui sono raffigurati la testa di Atena
(dritto) e un toro cozzante (rovescio)
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Tomba maschile "a fossa"
con cinturone
(località Serra di Marco)
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Cinturione a tre ganci (sopra) e
ganci del cinturione a cinque (sotto) |
La grande varietà e la ricchezza dei
corredi funebri, recuperati fino ad oggi nelle tombe di Carife,
hanno permesso di allargare le conoscenze sui Sanniti e comprendere,
con più attendibile precisione, l’evoluzione delle attività
economiche, della organizzazione sociale e degli scambi commerciali
e culturali di questo popolo.
Da Carife, i Sanniti del posto ebbero contatti continui con Apuli,
Etruschi, Lucani, Greci ed altri popoli italici, favoriti
sicuramente dalla presenza di vie di transito e dalla vicinanza del
santuario della dea Mefite, il più importante di tutti i luoghi
sacri frequentati dai fedeli del Sannio, situato a pochissimi
chilometri a sud-ovest, nella valle di Ansanto, presso l’attuale
Rocca San Felice.
Un eccezionale tesoretto monetale del tardo III secolo a.C.,
rinvenuto in territorio di Carife nel 1895, confermerebbe tali
affermazioni.
Infatti, in due vasetti di
terracotta decorati con fasce a vernice nera, erano raccolte 116
monete, di argento e di bronzo fuso e coniato, provenienti da
Aquilonia, da Napoli, da Fistelia, da Arpi, da Salapia, da Brindisi,
da Taranto, da Eraclea, da Turi, da Siracusa, da Roma.
Altre testimonianze archeologiche attestano che gli abitanti di
questa città avevano raggiunto un avanzato grado di sviluppo e un
apprezzabile livello di raffinatezza nella produzione e nella scelta
dei loro manufatti. Erano aperti ad influenze esterne ma, pur
adottando costumi greci, conservarono la loro identità di Sanniti.
Si può dire che, in seguito ai contatti sempre più stretti con i
Greci e alla diffusa consuetudine di servire come mercenari presso
questi ultimi, tra i Sanniti dell’interno si era venuta a creare
una élite, fortemente ellenizzata nei costumi, da cui si sviluppò una
vera e propria aristocrazia.
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In contrada Piano la Sala, sulla sponda destra dell’Ufita, tra le
tante sepolture, ne è stata rinvenuta una a fossa, di dimensioni
inusitate, rivestita in legno, con letto funebre leggermente
rialzato rispetto al fondo, intorno al quale erano disposti degli
oggetti che costituiscono un complesso finora unico in tutto il
Sannio. E stata datata all’ultimo ventennio del V secolo a.C.
Oltre a due grandi contenitori e ad altri vasi di officina locale,
conteneva un cratere a figure rosse, con scena dionisiaca
rappresentante una menade tra due satiri, che è il primo vaso
figurato trovato finora nel Sannio interno. Conteneva, inoltre,
tazze a vernice nera di officina napoletana ed oggetti di bronzo
provenienti in parte dall’area etrusca.Tra gli oggetti di bronzo, era di fattura particolarmente pregevole
un sostegno (molto simile ad un candelabro) che veniva usato per il
gioco del Kottabos, praticato durante i banchetti.
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Skyphos trovato sulla parte destra del
cranio del defunto
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Skyphos a vernice nera. Serviva per bere
e veniva rotto, per motivi
rituali, prima di essere deposto, insieme al defunto, nella tomba |
Abbinata al sostegno era sicuramente una statuetta di satiro,
nell’atto di sacrificare un capro, trovata nella stessa tomba.
La presenza nel corredo funebre di questi oggetti, insieme ad un
fascio di alari di ferro, ad alcuni spiedi e a vasi di uso
conviviale, è in rapporto con l’ideologia del banchetto diffusasi
dal mondo greco a quello etrusco e a quello italico e che, più
tardi, nel corso del IV secolo a.C., verrà sostituita da quella
efebica, anch’essa dovuta alla consuetudine greca di esercitarsi
atleticamente per la difesa dello Stato (Efebìa).
In alcune tombe di contrada Addolorata, costruite alla cappuccina,
con tegoloni di terracotta, o a camera, con grossi blocchi di
travertino, sono stati trovati, infatti, degli strigili, strumenti
per detergere il sudore, l’olio e la polvere dopo gli esercizi
della palestra.
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L’influenza greca sui Sanniti di Carife è dimostrata anche dal
ritrovamento di alcune sepolture avvenute mediante il rito della
cremazione, in uso presso i Greci, anziché col rito
dell’inumazione sempre supina, che era più strettamente
sannitico. Durante la permanenza dei Sanniti in quest’area avvennero vari
cambiamenti negli usi della popolazione.
Così, mentre le tombe del VI e del V secolo a.C. contenevano almeno
cinque vasi , in quelle della fine del V del IV secolo il corredo
era costituito in genere da uno o due vasi, tra cui una coppa a
vernice nera o di bronzo, situata presso i piedi del defunto.
Il cambiamento improvviso nella composizione del corredo,
verificatosi nell’ultimo decennio del V secolo coincise col
cambiamento del tipo stesso delle tombe e fu forse deciso da una
apposita legge.
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Skyphos del
tipo "Gnathia" proveniente da officina pugliese |

Guttus a vernice nera.
Serviva per
contenere l'olio ed era di produzione campana |
Le 75 tombe rinvenute a Piano la Sala erano per la maggior parte a
fossa e non posteriori al V secolo, qualcuna in tegole e, in un
caso, a camera.
Le 22 tombe di contrada Addolorata erano a camera, a cassa e in
tegole, tutte databili tra la fine del V e gli inizi del III secolo.
Gli elementi che distinguevano le tombe maschili erano, in genere,
un’arma, un rasoio (inizialmente in bronzo e poi in ferro) e il
cinturone, che non era legato esclusivamente alla sfera militare, ma
aveva anche carattere e significato ideologico.
Il cinturone, nel corso del V secolo, passò da insegna distintiva
di individui in posizione sociale preminente a insegna attestante il
godimento della cittadinanza. Cinturioni sono stati trovati anche in
alcune tombe di bambini.
In altri casi, specialmente nella necropoli di contrada Addolorata,
ne sono stati trovati due nella stessa tomba, uno dei quali steso
sul fianco del morto. |
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Questo fatto attesta la consuetudine di strappare la cintura al
nemico vinto e privarlo, in questo modo, della libertà.
I 24 cinturioni rinvenuti a
Carife sono a 5, a 3 e a 2 ganci e, in media, sono lunghi
pressappoco 10 cm. Le sepolture femminili erano caratterizzate dalla
presenza di fìbule in ferro, in bronzo e anche in argento e,
talvolta, da oggetti di ornamento personale, come ad esempio un
disco d’avorio, del diametro di 15 cm, decorato su un lato a spina
di pesce, un sottile bracciale di bronzo, abbellito con cerchietti
impressi sii entrambe le facce.
Molto vario è il repertorio della ceramica, sia del tipo aperto sia
del tipo chiuso, con forme che, per la maggior parte dei casi, fanno
riferimento a quelle conosciute per l’intero Sannio. Alcune
varianti si richiamano a forme usate dalle popolazioni circostanti
o imitate dai figuli locali.
Per quanto riguarda gli oggetti metallici, prevale l’importazione
dalla Campania di vasellame di bronzo prodotto in Etruria, ma non
mancano prodotti greci arrivati, con molta probabilità, per vie
anche diverse da quelle commerciali.
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Situla di bronzo (da contrada
Addolorata).
Questi esemplari erano rarissimi nell'antichità |

Coppetta a vernice nera "a profilo
concavo-convesso",
detta "a becco di civetta"
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La distruzione di Romulea e
degli altri centri sannitici della zona da parte del console romano
Decio Mure, durante la terza guerra sannitica, causò sicuramente
una diminuzione della popolazione in tutta l’area, con la
conseguente diminuzione di insediamenti e necropoli.
Da allora, anche se ancora per qualche tempo ci furono eroiche,
seppure inutili, resistenze, cominciò la inesorabile romanizzazione
di questi luoghi.
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Di Rornulea, che pure
aveva avuto grande importanza per i Sanniti e che fruttò enormi
bottini e migliaia di prigionieri quando fu conquistata, sopravvisse
il ricordo nella mutatio Sub
Romula, una stazione della via Appia, quasi intermedia tra Aeclanum
(l’attuale Passo di Mirabella) e il Pons
Aufidi (l’attuale Ponte Santa Venere che attraversa l’Ofanto
in territorio di Monteverde.
Dopo la sottomissione dei Sanniti, nel territorio di Carife sono
molto evidenti i segni della colonizzazione romana.
E' accertata l’ubicazione di
alcune ville lungo il fiume IJfìta, la cui costruzione risale
probabilmente al periodo graccano, allorché il paesaggio agrario,
specialmente lungo le valli e le direttrici viarie, si popolò
densamente di impianti produttivi.
La villa più nota e sicuramente anche la più ricca, si trova in
contrada Piano d’Occhio, una località che pur appartenendo
amministrativamente al comune di Guardia dei Lombardi,
geograficamente è assegnabile al territorio di Carife.
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Oinochoe a vernice nera.
Serviva per contenere il vino. Questo esemplare è a corpo ovoidale
baccellato, di produzione campano -apula
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Portaprofumi.
Ritrovamento sporadico in valle Ufita |
È ubicata in una zona pressoché
pianeggiante, lungo la strada consortile Carife-Croce-Fondovalle, e
occupa una superficie di oltre duemila mq.
Fino ad oggi non è stata oggetto di indagine sistematica da parte
della Soprintendenza Archeologica e, a seguito delle devastazioni
provocate dagli aratri, ha perso gran parte dei suoi preziosi
reperti.
Da appassionati locali, a Piano d’Occhio, sono stati raccolti
grossi blocchi di malta con tasselli di mosaico, monete, pezzi di
ceramica di vario tipo, preziose schegge di vetro, oggettini di
bronzo e di osso, mattoni, chiodi, lucerne, contrappesi da telaio e
quanto altro è affiorato via via tra le zolle.
Oggi restano comunque evidenti i muri perimetrali e alcune
tramezzature che fanno intravedere la eccezionale pianta
dell’edificio e alcune sue pertinenze.
Anche in contrada Aia di Cappitella, durante i lavori di sterro
dell’area B del Piano di zona, destinata alla ricostruzione delle
case distrutte dal terremoto del 1980, sono affiorati resti di epoca
romana. |
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E stata recuperata una elegante stele funeraria in pietra, del peso
di vari quintali, dedicata alla memoria di Marco Mevio, magistrato
di Roma.
Conservatasi in perfetto stato, ha la forma di parallelepipedo con
un grosso piede grezzo che servì da base per l’erezione.
L’iscrizione della stele, qualora fosse accertata la sua
provenienza originaria dal posto nel quale è stata trovata,
attesterebbe la continuità storico-amministrativa di quest’area
anche in epoca romana. Parla, infatti, di un personaggio che in vita
era stato edile, questore, quatuorvir
e magistrato, e che, dunque, aveva rappresentato la massima
espressione del potere di Roma.
Su questa base, potrebbe essere valida l’ipotesi che in Baronia (a
Carife?), dopo la guerra sociale del 91 a.C., fosse ubicato un
altro municipium, oltre a
quelli di Avellino, Mirabella Fclano, Conza e Aquilonia, finora
ignoto anche perché non citato da Plinio nella lista delle città
della seconda Regione di Augusto
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Rasoio in ferro

Cuspide da giavellotto da tomba maschile
Corredo funebre di tomba sannitica
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